A soli otto mesi dal trionfo di Wembley, l’Italia di Roberto Mancini cade in casa contro la Macedonia del Nord. Uno 0-1 che ha segnato la seconda assenza consecutiva dai Mondiali, una ferita che ancora oggi sembra impossibile da spiegare.
Il calcio sa essere lo sport più crudele del mondo. Lo sa bene chi c’era al “Renzo Barbera” di Palermo quella sera di marzo. L’Italia, fresca del titolo di Campione d’Europa, affrontava la Macedonia del Nord in una semifinale playoff che tutti consideravano una formalità, un passaggio obbligato verso la finale contro il Portogallo. Si è trasformata, invece, nel funerale sportivo più assurdo della nostra storia.
Il dominio sterile: 32 tiri e zero gol
La partita fu un monologo azzurro dall’inizio alla fine. L’Italia chiuse il match con cifre statistiche che non lasciano spazio a interpretazioni: 32 tiri totali contro i 4 dei macedoni, 16 calci d’angolo a zero, il 70% di possesso palla. Ma fu un dominio privo di cattiveria, di quella “fame” che aveva caratterizzato l’Europeo.
Berardi, Immobile e Insigne sprecarono occasioni su occasioni, alcune clamorose, mentre il portiere macedone Dimitrievski sembrava insuperabile. Più passavano i minuti, più lo spettro della Svezia cominciava a sorvolare lo stadio.
Al 92′ scende il gelo: Il sigillo di Trajkovski
Quando tutti si aspettavano i tempi supplementari, accadde l’impensabile. Un rinvio lungo, una palla vagante raccolta da Aleksandar Trajkovski — uno che il campo di Palermo lo conosceva bene per averci giocato anni — e un destro da fuori area, disperato e preciso, che si infilò nell’angolino basso dove Donnarumma non riuscì ad arrivare. Ancora una volta gli azzurri furono fuori dal mondiale.


