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The last dance – L’ultima stagione dei mitici Chicago Bulls guidati da Michael Jordan fu seguita in campo e negli spogliatoi da una troupe cinematografica. Dopo oltre vent’anni quelle immagini vengono rispolverate e amalgamate The last dancead altre di repertorio altrettanto affascinanti per raccontarci dall’inizio alla fine l’epopea di una delle squadre NBA più forti della storia.

Per trovare nuove motivazioni da trasmettere alla sua squadra mister Phil Jackson (undici campionati NBA in bacheca) all’alba del campionato 1997-98 coniò l’espressione che dà il titolo a questa serie-documentario: “The last dance”.

Un ultimo ballo che non sembra facile né scontato, tra voci di smobilitazione e uno Scottie Pippen infortunato e che si guarda intorno scontento del suo ingaggio certamente non all’altezza della sua grandezza. In più a inizio stagione viene annunciato che si tratta dell’ultimo anno al timone di Jackson in ogni caso.

 

The last dance, recensione

“The last dance” si compone in tutto di dieci episodi distribuiti inizialmente a coppia ogni settimana, che si sono fatti attendere con ansia da tantissimi spettatori. Le imprese e le battaglie sportive vengono incorniciate da numerose interviste ad addetti ai lavori e ad appassionati illustri come Bill Clinton e Barack Obama. Si riesce ad avere la sensazione di entrare davvero dentro la vita dei giocatori più rappresentativi.

Qui non si tratta soltanto (e basterebbe già) di campioni irripetibili del calibro di Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman e di gregari impagabili come Steve Kerr. Vengono tratteggiate con efficacia e immediatezza personalità davvero uniche, che non potevano non scrivere la storia.

E non si tratta solo di sport ma di storia della cultura americana: mai come negli anni Novanta il basket era al centro di tutto negli Stati Uniti e a bordo campo si incontravano personalità come Spike Lee, Leonardo DiCaprio e Jack Nicholson.

La narrazione ci porta dall’epoca in cui i Bulls erano alquanto mediocri, passa per gli anni dei trionfi e poi termina quando il patron Jerry Reinsdorf, con la complicità di un general manager comunque di prim’ordine come Jerry Krause, decide di smantellare la squadra dei sogni. Che probabilmente avrebbe avuto grosse possibilità di vincere almeno un ulteriore campionato.

A trainare i suoi e la serie c’è la voglia di vincere sempre e comunque di Michael Jordan, disposto per questo a tutto, risultando scomodo anche per i compagni in ogni singolo allenamento. Grande attenzione è posta tra le altre cose anche alla colonna sonora, che ci dice molto di quegli anni e ci immerge in quell’atmosfera: Prince, Alan Parsons Project, Beastie Boys e così via.

Il regista Jason Hehir fa un lavoro pregevole nel cucire il tutto, rinunciando alla semplice linearità per scorrere avanti e indietro nel tempo collegando situazioni e vicende, conferendo epicità e tensione. Lavoro che appare quanto mai riuscito, visto il successo riscosso da “The last dance”(già documentario più visto della storia di ESPN) in tutto il mondo, anche presso chi solitamente non segue il basket e probabilmente ora non vede l’ora che riprenda il campionato NBA.

(Foto da pagina Facebook  The Last Dance – Netflix)

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