Bob Angelini e l’insostenibile leggerezza del contraddittorio

Eviterò di dilungarmi in lunghi attacchi su come stia invecchiando male e come mi senta ormai ripetitivo nel lamentarmi sempre delle stesse cose. Quindi passo direttamente al punto.

Questo paragrafo, in cui si cita una pazza incattivita dalla vita, è la chiusura di un pezzo, pubblicato online su Huffington Post, relativo alla questione Bob Angelini. Per i più fortunati che non vi sono incappati, faccio un breve recap: Angelini è un musicista e cantautore, volto noto della trasmissione Propaganda Live. Ma è anche un ristoratore di Roma. E in pratica per motivi che poi spiegheremo una sua collaboratrice a nero se l’è cantata alla Finanza che gli ha notificato ‘na multarella di quindicimila euro.

Nessun comunicato della Guardia di Finanza né indiscrezioni arrivate all’orecchio colleghi romani: Angelini si autodenuncia su Facebook, convinto – pensa te – di essere pure nel giusto. Della pazza incattivita dalla vita del suo post, la collaboratrice a nero che dovrebbe ringraziare perché ha avuto un’opportunità e perché era un’amica che ha mangiato e dormito a casa sua, non vi è traccia almeno fino al giorno successivo.

Ed é qui che entra in scena il nostro infallibile amico giornalismo online, ritenuto dagli addetti ai lavori una sorta di fratello scemo di quello su carta. Il fratello scemo che però con la sua 104 mantiene tutta la barca a galla. Il nostro amico giornalismo online, in barba a ciò che dovrebbe anche solo essere vagamente il giornalismo, si prende pari pari il post di Angelini, lo riciccia e lo pubblica.

Sapete cosa vuol dire? Che alla pazza incattivita non viene dato diritto di replica, non viene garantito contraddittorio. Non solo, ma è la totale assenza di tutela nei confronti di una persona che, stante le cose, nel racconto resta comunque parte lesa.

No, non è solo Huffington Post, che quando vi scrivo tiene ancora il pezzo mono-versione in pagina. C’è anche il Fatto Quotidiano, che prima pubblica solo la canzone di Angelini e poi affida a un editoriale l’eventuale stigma delle sue azioni. C’è Il Giornale che affida il contraddittorio a un pensiero libero di Selvaggia Lucarelli (che è un po’ come De Giovanni a Napoli: va bene per ogni cosa). Rolling Stones addirittura apre il pezzo con “Brutta disavventura” (un po’ come se tenere a lavorare a nero una persona sia come rimanere bloccati in ascensore). prima di rielaborare, ancora una volta, il solo post del cantautore.

Non vi sembra che manchi qualcosa? Così, a sensazione?

Esatto: manca il punto di vista della pazza incattivita.

Il punto di vista della pazza incattivita viene pubblicato da Repubblica ma – indovinate? – non per solerzia della giornalista ma perché, finalmente, la pazza incattivita finalmente pubblica qualcosa su Facebook. O meglio, un’assistente sociale che per conto terza (la pazza incattivita) spiega la versione dei fatti della giovane. Signori, questo dato è fondamentale: Repubblica è l’unico giornale che io ho visto che ha pubblicato la versione dell’altra parte in causa. Questo vi sia chiaro, non è una cortesia degna di nota: è l’unica cosa giusta che un giornale avrebbe dovuto fare. A costo di non pubblicare la notizia, non si può mettere in pagina una “pazza incattivita” e poi non dare modo alla pazza incattivita di spiegare che pazza incattivita non è. Spiega tante cose, la versione della povera ragazza a cui è stato dato del “pazza incattivita” da un musicista e volto televisivo con importante seguito. Racconta una storia come tante di una rider messa a lavorare a nero e – quindi – senza tutele alcune, con la promessa di una stabilizzazione mai arrivata, fermata in una notte oltre il coprifuoco dalla Finanza che non ha potuto che accertare che la donna non aveva alcuna pezza a colori per stare in giro a quell’ora. La donna ha fato l’unica cosa in suo possesso: dire la verità.

Tutto questo, nel 99 percento degli articoli, non c’è nel racconto. E doveva esserci, nel momento che l’altra parte in causa (ricordiamo, epitetata come pazza incattivita) è tirata in ballo sui giornali. E no, non ci sono né Santi ne Madonne che possono giustificare la gravità di quanto accaduto.

Ancora una volta, i giornali sono venuti meno al ruolo di racconto della realtà e hanno fatto da grancassa mediatica per chi ha i numeri per potersi imporre. Esattamente l’opposto del mestiere che sovente raccontiamo come più bello del mondo.

Il tutto perché? La mia sensazione, ormai da tempo, è che sia fin troppo semplice dirsi giornalisti perché si copiano i post su Facebook e si riscrivono. Lo scrivevo tempo fa, quando nel locale analizzavo il trend di taluni colleghi che decantavano “suola delle scarpe consumate in giro” ma che poi aspettavano post e messaggini broadcast whatsapp o spulciavano nei gruppi Facebook di quartiere o di associazione per scrivere storie con il minimo indispensabile (e, solitamente, a un solo verso).

Ma qui, addirittura, si è talmente pigri da aspettare che il contraddittorio (ripeto: in questo caso necessario ai fini della corretta informazione giornalistica) compaia da solo su un qualche post online, ché qui pure il copiaincolla è una faticaccia immane.


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