Il cardinale Camillo Ruini nacque il 19 febbraio 1931 a Sassuolo e ha concluso la vita terrena martedì 16 giugno, a Roma. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008, ma è stato soprattutto presidente della Conferenza episcopale italiana.
Il Richelieu moderno
Il cardinale Camillo Ruini è stato definito il “Richelieu dell’era moderna” per le sue grandi doti strategiche e la profonda influenza politica all’interno e all’esterno del Vaticano. Nel giornalismo specializzato era chiamato anche “Eminenza Grigia”, per indicare la sua capacità di tessere trame istituzionali e influenzare le decisioni da “dietro le quinte”.
I soprannomi più adoperati, invece, dal punto di vista teologico, sono stati quelli di “Dottor Sottile” e “Cardinale sottile” perché, similmente a quanto capitava nel campo della politica italiana con l’ex premier Giuliano Amato, indicato con la stessa denominazione, si collegavano alla sua fine intelligenza diplomatica e alla capacità di mediazione.
Ruini è stato, in linea generale, il più delle volte amato dai conservatori e odiato dai progressisti, ma la sua gentilezza era riconosciuta trasversalmente. Nei suoi discorsi sembra prevalere sempre la geometria del ragionamento rispetto al sentimento.
La visione politica
Secondo lo storico Giorgio Rumi, il cardinale Camillo Ruini ragionava come un arcivescovo tedesco, perché era convinto che il posto dei cattolici fosse il centrodestra o, comunque, il luogo opposto a quello della sinistra.
Questa sua convinzione era, in un certo senso, mutuata da Karol Wojtyla perché, quando gli affidò la Conferenza episcopale italiana, gli disse le testuali parole: “La maggioranza dei nostri fratelli vescovi non è anticomunista, perché non hanno mai vissuto sotto il comunismo. Non hanno capito che la logica è una sola: o noi, o loro”.
“Loro” erano i rossi, che Ruini continuò ad avversare anche quando non erano più comunisti, ma in un certo modo degradati semplicemente a divorzisti, abortisti, radicali e favorevoli al matrimonio omosessuale, l’aspetto per lui peggiore dei progressisti.
Al tempo del bunga bunga di Berlusconi continuò a sostenerlo perché, a giudizio di Ruini, non si sarebbe potuta pretendere la fortuna di avere un capo di un partito e di un governo come Berlusconi senza i suoi difetti.
Una sottile testa politica
Il cardinale Camillo Ruini si può definire una sottile testa politica, perché anche i suoi critici lo consideravano abile e scaltro. In occasione della tragedia di Nassiriya emerse in modo evidente il suo spessore, perché seppe tenere a bada la commozione, esibendosi in un’orazione politica appassionata e lucida nello stesso tempo.
Si espresse in difesa dell’impegno italiano in Iraq e contro il terrorismo, in un quadro non più vincolato dall’unità politica dei cattolici e, quindi, in un modo per nulla scontato.
Fu chiamato a guidare la Cei nel 1991, proprio alla fine della grande esperienza politica della Democrazia Cristiana, e per sedici anni seppe estendere l’influenza della Chiesa ben oltre i confini di un singolo partito.
La dimostrazione fu data anche attraverso l’invito all’astensione al referendum sulla procreazione assistita del 12 giugno 2005, al quale si adattò perfino Giulio Andreotti, dichiarando pubblicamente: “Mi inchino a Ruini”, come tutti i cattolici di destra e di sinistra e, naturalmente, lo stesso premier Silvio Berlusconi.
I rapporti istituzionali
Un fatto curioso, ma rilevante, era che Ruini, pur avendo celebrato il matrimonio tra Prodi e la Franzoni, politicamente si separò dal leader dello schieramento progressista.
Si mantenne, invece, sempre vicino a Ciampi e soprattutto al cattolicissimo governatore della Banca d’Italia Fazio, mentre era freddo, per non dire gelido, con il presidente Oscar Luigi Scalfaro.
Ruini si può considerare un estimatore sia di Draghi sia della Meloni, mentre non amava Dossetti, perché lo riteneva portatore di una visione catastrofale dell’Occidente.
Era appassionato, invece, del filosofo Tocqueville, perché riteneva che la religione non dovesse schierarsi mai con un partito o un regime. La religione, infatti, se lo facesse, pur aumentando il suo potere su alcuni uomini, perderebbe la speranza di regnare su tutti.
Filosofia e vocazione
Per Ruini, in effetti, prima ancora della politica è sempre venuta la filosofia, materia che, dopo la laurea, ha insegnato anche nei licei per diverso tempo.
Fu ordinato sacerdote a 23 anni, con grande dolore dei genitori, che avrebbero preferito una carriera diversa e lo chiamavano don Camillo.
Ruini era un antifascista convinto, a differenza di suo padre, che si salvò dalle vendette dei partigiani solamente perché, svolgendo la professione di medico, aveva curato molti di loro.
Nell’ultima intervista, che rilasciò al direttore del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo, il giorno prima di compiere 95 anni, raccontò di essersi sentito attratto da una donna almeno tre o quattro volte, in diversi periodi, ma di essere riuscito sempre, con l’aiuto di Dio, a resistere alla tentazione. Parlò anche della difficoltà di descrivere l’aldilà.
Il ruolo nella Chiesa
Insomma, Camillo Ruini è stato il prelato italiano che, soprattutto come cardinale, presidente della Cei e vicario per Roma, più ha riempito la scena politica nazionale.
Ma il cardinal sottile Ruini si è espresso fino alla fine della sua vita, rimarcando anche nette distanze da Papa Francesco. Ha mostrato sempre sintonia, invece, con i pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, alla cui elezione avrebbe dato un contributo importante, rinunciando persino a una propria candidatura nel Conclave.
Non condivise assolutamente, però, la scelta della rinuncia di Papa Ratzinger, un aspetto che segnò una differenza enorme anche sul piano teologico.
Ebbe con il professore Romano Prodi un rapporto molto difficile, ma la sua finezza politica lo portò rapidamente a Roma, dove papa Wojtyla lo nominò segretario generale della Cei. Il fatto rappresentò l’inizio della scalata ai vertici della Chiesa e la conquista della centralità nello scenario politico nazionale.
Dalla Dc al Caf
Ovviamente, la sua centralità si espresse nei tempi in cui imperava la Dc di De Mita, che governava con il Psi di Craxi e gli altri partiti del pentapartito. Era, comunque, un periodo di cambiamenti notevoli nella società italiana, che era uscita dalla grande crisi degli anni Settanta.
La sinistra democristiana era maggioritaria, fin quando nella Dc non prevalse una nuova linea politica, il “Caf”, l’asse tra Craxi, Andreotti e Forlani. Lo stesso Ruini fu ribattezzato il cardinale della combinazione, soprattutto con lo scopo di portare al Quirinale Arnaldo Forlani.
Ma le cose andarono diversamente, per gli omicidi eccellenti a opera della mafia e l’avvento di Tangentopoli. A seguito della strage di Capaci fu eletto alla presidenza della Repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro.
La Seconda Repubblica
Il periodo post-Tangentopoli della Seconda Repubblica cambiò completamente i codici della politica e Ruini fu tra i primi a capire cosa stesse accadendo, a partire dal clamoroso dissolvimento della Democrazia Cristiana.
E così il cardinal sottile intese promuovere la presenza dei cattolici nelle nuove formazioni politiche in corso di assemblamento, in particolare in Forza Italia e nel Ccd, ma anche con un occhio prima alla Margherita e poi allo stesso Partito Democratico.
Silvio Berlusconi seppe massimizzare la vicinanza al mondo cattolico, nonostante il sistema di valori e di interessi di cui il nuovo partito era portatore fosse decisamente distante dalla Chiesa.
E così, quando nel 1995 nacque l’Ulivo sotto la guida di Romano Prodi, ci fu una rottura con il professore emiliano che non si sarebbe mai sanata. Anzi, la Cei avrebbe sempre mosso strali politici contro il professore Prodi, nonostante fosse uno dei pochi leader ad andare storicamente sempre in chiesa.
La svolta della Cei
Uno dei passaggi chiave degli anni Novanta è la cosiddetta “svolta” della Cei, avvenuta nel 1995 con il terzo Convegno ecclesiale nazionale, svoltosi a Palermo, che segnò l’abbandono della precedente “scelta religiosa” in favore del Progetto culturale.
Questo progetto fu sostenuto fortemente da papa Giovanni Paolo II per favorire un rinnovato impegno dei cattolici nella vita pubblica. La Chiesa cessò di essere “in disparte” dopo la fine della Democrazia Cristiana, promuovendo i valori cristiani direttamente nella società civile.
Fu la fase in cui la Chiesa volle incoraggiare i fedeli a non restare isolati, ma a influenzare la cultura, la politica e la vita del Paese attraverso una fede incarnata nella storia.
Insomma, veniva sancita una presenza della Chiesa e dei cattolici nel mondo della cultura, specialmente con l’avvento del nuovo millennio. Un modo alternativo di intendere la missione della Chiesa cattolica nella società italiana, di cui è storicamente parte attiva, alimentando il dibattito politico su argomenti importanti come la difesa dei diritti umani e, più propriamente, del diritto alla vita.
I valori non negoziabili
In questo periodo nasce la formula dei “valori non negoziabili”, che può essere definita un cavallo di battaglia del ruinismo e delle sue derivazioni politiche, soprattutto a destra, ma anche in parte nel centrosinistra, nel quale viene coniato il termine “atei devoti”.
Le componenti laiche della società e della politica italiana, pur giudicando pertinente la missione ecclesiastica e l’interesse per questi argomenti da parte della Chiesa, contestavano la parzialità e la pretesa di universalità di alcune esternazioni del cardinal sottile.
Queste forze politiche ritenevano che, su certi argomenti, il messaggio della Chiesa non dovesse entrare nella legislazione specifica di uno Stato sovrano, bensì limitarsi a indicazioni generiche, senza imporre per legge le prescrizioni di un’ideologia particolare.
Il referendum del 2005
Il culmine viene toccato nel 2005, in occasione dei quattro referendum abrogativi della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita e sulla ricerca scientifica relativa alle cellule staminali.
Ruini si fece portavoce dell’istanza ufficiale della Cei, invitando i cattolici a non presentarsi alle urne, con lo scopo di non raggiungere il quorum previsto dalla Costituzione, pari al 50% più uno degli aventi diritto al voto, per difendere nel modo migliore il cosiddetto “diritto alla vita”.
Il gesto venne letto in maniera diversa dal mondo politico italiano perché, per i promotori del referendum, fu un’inaccettabile ingerenza della Chiesa cattolica nella legislazione, mentre per altri si trattava di un legittimo parere espresso da un’importante personalità pubblica.
I referendum abrogativi non raggiunsero il quorum, forse anche per la complicità di una bella domenica estiva e per la scrittura quasi incomprensibile dei quattro quesiti, o più probabilmente perché i fatti oggetto del referendum interessavano a pochi.
In ogni caso, il mancato raggiungimento del quorum rappresentò per il cardinal sottile Ruini un vero e proprio trionfo politico.
Lo scontro sui Dico
Ci fu un altro forte scontro nel 2007, dopo l’annuncio del presidente del Consiglio Romano Prodi di creare un vero e proprio status giuridico per le coppie omosessuali, attraverso il disegno di legge denominato Dico.
Ruini si impegnò molto per bloccare il progetto e, intervistato dal giornalista Frédéric Martel nel 2018, ebbe modo di pronunciare le testuali parole: “Prodi era mio amico, è vero. Ma non sulle unioni civili. Abbiamo fermato questo progetto. Ho fatto cadere il suo governo. Ho fatto cadere Prodi. Le unioni civili, questo era il mio campo di battaglia”.
In altre interviste Ruini aveva rivendicato anche la sua attenzione verso la nuova destra della Lega e aveva rivelato come il presidente Scalfaro avesse cercato di coinvolgerlo nel progetto di far cadere il primo governo di Silvio Berlusconi.
Il caso Welby
Il caso più eclatante resta quello che riguarda la delicata tematica del fine vita, quando decise di negare le esequie religiose a Piergiorgio Welby, che da anni era ammalato di distrofia muscolare e aveva più volte manifestato pubblicamente la richiesta che venisse sospeso ciò che egli considerava accanimento terapeutico nei suoi confronti.
Ruini spiegò come il Vicariato di Roma avesse preso la decisione di negare le esequie perché le richieste di Welby erano state fatte pubblicamente e ribadite più volte.
A giudizio di Ruini non ci sarebbero state le condizioni per concedere le esequie, perché non era stato possibile presumere quella mancanza di piena avvertenza e di deliberato consenso che permette alla Chiesa, in alcuni casi, di concederle anche a coloro che pongono deliberatamente fine alla propria vita.
Ruini parlò di una decisione molto sofferta, presa per l’eccessiva pubblicità dedicata all’evento e nella consapevolezza di aver arrecato, purtroppo, dolore e turbamento ai familiari di Piergiorgio Welby e anche a tante altre persone, credenti o meno, mosse comunque da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre.
Per Camillo Ruini è necessario, sempre e comunque, ribadire con consapevolezza il valore di ogni vita umana, perché nemmeno la persona malata può disporre della propria fine.
La fine di un’epoca
Insomma, da pochi giorni si può ritenere che sia scomparsa, con il cardinale Ruini, anche l’ultima espressione della possente influenza della Cei nella politica italiana.
Infatti, con l’avvento di Papa Francesco e, quasi contemporaneamente, del leader politico Matteo Renzi, questo stretto legame tra Stato e Chiesa in Italia si allenta notevolmente.
L’approvazione pressoché indolore e senza ostacoli della legge sulle unioni civili del 2016 rappresenta bene questa nuova situazione nei rapporti tra la Chiesa e la politica italiana perché, sicuramente, negli anni precedenti, in situazioni analoghe, sarebbero caduti i governi.


