C’è stata una brutta campagna referendaria per questa proposta di modifica costituzionale, che riguarda il funzionamento della giustizia italiana, perché gli sforzi apprezzabili di entrare nel merito, da parte di alcune personalità, sono stati sovrastati dai calcoli politici.
A poche ore dalla conclusione della consultazione, la sensazione è ancora quella di un referendum difficile da decifrare e dall’esito incerto.
Al di là delle posizioni politiche dei partiti presenti negli schieramenti di destra, centro e sinistra, tendenzialmente la stragrande maggioranza dei magistrati è per il No, mentre quella degli avvocati si esprime favorevolmente alla modifica costituzionale. Ma ci sono delle eccezioni, perché ci sono quelli tra gli operatori della difesa che hanno una posizione diversa.
Per questi avvocati la riforma servirebbe ai politici, ma non ai cittadini, che la pagherebbero in modo salato, circa cento milioni di euro in più ogni anno, per pagare tre strutture. Infatti, la riforma introduce il Csm dei giudici, il Csm dei pubblici ministeri e l’Alta Corte disciplinare, al posto dell’unica struttura prevista attualmente dalla Costituzione, il Consiglio superiore della magistratura.
Le ragioni del No
Secondo gli avvocati schierati per il No, la politica con questa riforma vorrebbe controllare e addomesticare i giudici che, per scegliere i componenti dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare, dovrebbero affidarsi al sorteggio, come se si trattasse di una tombola o di una riffa da sagra di paese.
Infatti, tra tutte le migliaia di magistrati si dovrebbe introdurre il sorteggio attraverso una legge ordinaria, ma la parte riservata alla politica prevederebbe un meccanismo truccato, perché sarebbe istituito un elenco di persone gradite, dal quale estrarre a sorte i componenti delle nuove strutture.
Gli avvocati del No utilizzano una metafora calcistica, secondo la quale a una squadra si darebbe la possibilità di scegliersi i giocatori e a un’altra no. In questo modo, la squadra più forte e capace di influenzare l’altra sarebbe quella che ha avuto la possibilità di scegliersi i giocatori, e quindi la squadra politica risulterebbe più potente di quella dei magistrati, più in grado di influenzarli nel decidere i trasferimenti, le nomine e altro.
Questa influenza sarebbe ancora più pesante nella struttura dell’Alta Corte disciplinare, perché potrebbe persino espellere un magistrato dalla magistratura, per eliminare magari un giudice scomodo.
A dire dei sostenitori del No, un avvocato non dovrebbe consentire uno scempio simile, perché una magistratura indipendente dalla politica è l’unica che sappia difendere i cittadini dagli abusi della politica, e un avvocato deve tutelare sempre i cittadini e non certamente il potere.
Le “mosche bianche” del Sì
Dall’altra parte della barricata ci sono i magistrati favorevoli al Sì per questa consultazione referendaria. Questi giudici si autodefiniscono vere e proprie “mosche bianche”, rispetto ai pareri diversi espressi dai loro colleghi.
Infatti, in considerazione della fortissima campagna per il No, messa in piedi dalle organizzazioni e associazioni dei magistrati, può sembrare addirittura un ossimoro un giudice che voti Sì, ma questo gruppo delle mosche bianche vede invece la scelta del No come naturale per ragioni di merito, metodo e riflessione.
Le ragioni profonde di questa decisione le spiega Giacomo Rocchi, presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, esprimendosi con queste testuali parole:
“Noi giudici prendiamo decisioni pesantissime sulla vita delle persone e ciò nonostante, a un certo punto, è come se ci si abituasse. E lo dico da giudice della prima sezione penale, con competenza anche sugli omicidi volontari e sulla conferma o annullamento degli ergastoli. Ecco, credo che tutto quello che ci possa rendere davvero terzi, autorevoli e credibili, anche agli occhi dell’imputato o dell’indagato più debole, sia fondamentale e necessario per l’intera società”.
Il punto di vista di Rocchi
Il magistrato Rocchi è arrivato al Sì non d’istinto, ma dopo aver maturato questa convinzione, leggendo e studiando questa riforma, che rappresenta a suo giudizio davvero un passo in avanti, in direzione del giudice terzo e imparziale.
Rocchi lavora da quarant’anni nella magistratura e ha avuto modo di constatare come l’imparzialità sia una forma mentis che si costruisce poco a poco, mentre la terzietà resta una posizione oggettiva.
Secondo Rocchi è sulla terzietà che il giudice deve dimostrare di essere davvero qualcosa di diverso rispetto al pubblico ministero e all’avvocato. Il controllo del giudice sull’attività del pm deve svolgersi lungo tutto il procedimento e soprattutto nella fase iniziale delle indagini preliminari, caratterizzata da intercettazioni, misure cautelari e udienze preliminari, ma deve continuare anche nel dibattimento, perché la stessa Costituzione, all’articolo 111, esprime il concetto di imparzialità e terzietà.
Per Rocchi questa riforma costituzionale andrebbe a vantaggio dei cittadini, soprattutto di quelli più fragili, e si dichiara sorpreso dal fatto che tra i suoi colleghi ci sia una grandissima resistenza.
Il nodo del sorteggio
Un altro motivo predominante per la scelta, per i magistrati del Sì, è il sistema elettorale per il Csm. Rocchi si esprime sul sorteggio con le testuali parole: “È stata una scelta obbligata, perché negli scorsi decenni il sistema elettorale è stato cambiato molte volte e le correnti dell’Anm, associazione nazionale dei magistrati, hanno sempre preso il controllo, come nel famoso caso Palamara”.
Il nuovo metodo del sorteggio spaventa i suoi colleghi, perché viene visto come qualcosa di umiliante per la magistratura, ma in realtà, a giudizio di Rocchi, dovrebbe essere sentito in modo molto più umiliante quello che è successo, perché Palamara ha raccontato come i giudici, che condannano i cittadini per aver violato la legge, spesso l’hanno violata proprio loro per favorire vicende personali.
La voce di Annalisa Imparato
Un altro magistrato del fronte del “Sì” nella battaglia referendaria è una donna, si chiama Annalisa Imparato, ha soli quarantuno anni ed è figlia di un grande sportivo stabiese, anche se è nata a Bari, perché il padre era il portiere della squadra pugliese degli anni ottanta, che riuscì a conquistare la serie A.
Annalisa Imparato è attualmente pubblico ministero presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere e, in questa campagna referendaria, è stata spesso ospite delle trasmissioni televisive, come Porta a Porta.
La sua posizione ha attirato l’attenzione per il contenuto delle sue argomentazioni, ma anche per lo stile diretto, rigoroso e allo stesso tempo profondamente ancorato ai valori costituzionali con le quali le propone.
In un contesto aspro, brutto e a volte persino violento, in cui si è svolto il confronto su questa riforma costituzionale della giustizia, la pm Imparato ha interpretato il proprio ruolo pubblico per cercare di spiegare, dialogare e rendere comprensibili ai cittadini temi tecnici e a volte complessi, quali quelli dell’ordinamento giudiziario.
Secondo la magistrata d’origine stabiese, sostenere il “sì” non significa indebolire la giustizia, bensì rafforzarne la credibilità. La sua lettura delle riforme proposte parte dalla fiducia dei cittadini nelle istituzioni giudiziarie, un bene prezioso, che deve essere alimentato anche attraverso strumenti di modernizzazione e trasparenza.
Il quadro politico
Quello che colpisce nel suo intervento nel dibattito pubblico è la volontà di superare le tradizionali linee di frattura tra politica e magistratura. Imparato insiste, infatti, sulla necessità di un confronto aperto e non ideologico, in cui l’obiettivo principale resti il miglior funzionamento della giustizia e la tutela dei diritti dei cittadini.
Per quanto riguarda invece gli schieramenti politici per il referendum, le posizioni a poche ore dal voto sono abbastanza chiare.
Da parte della maggioranza di governo, i partiti Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati sono compatti a sostegno del Sì, mentre sul fronte delle opposizioni il Partito Democratico, M5S e AVS sono per il No; Azione, Più Europa e Partito Socialista Italiano sono favorevoli alla riforma e Italia Viva, invece, ha lasciato libertà di voto ai suoi iscritti ed elettori.
Le urne saranno aperte domenica 22, dalle 7 alle 23, e lunedì 23, dalle 7 alle 15.
I punti principali della riforma riguardano la separazione delle carriere tra giudici e pm, i due Csm e l’Alta Corte disciplinare.
Polemiche e ultimi sviluppi
In queste settimane, il dibattito sul referendum è stato travolto da pesantissime polemiche, con l’invito della consigliera del ministro della Giustizia Nordio, Giusi Bartolozzi, a votare Sì addirittura per sbarazzarsi della magistratura.
Il fronte del No si è schierato contro la capo di gabinetto e il tentativo di chiarire la sua posizione, e il successivo intervento del ministro Guardasigilli, non sono bastati a placare le opposizioni, che hanno chiesto le dimissioni di Giusi Bartolozzi.
Divisioni interne e strategia finale
I partiti della maggioranza sostengono il Sì alla riforma, con circa il 95% dell’elettorato di Fratelli d’Italia, Lega, Noi Moderati e Forza Italia a favore, anche se nel partito di Salvini, dopo la scissione subita dal generale Vannacci e le sue truppe, esistono opinioni diverse sulla proposta referendaria.
Tra le forze che hanno annunciato il proprio Sì alla riforma ci sono anche alcune d’opposizione, come Azione, Più Europa e il PSI.
I leader Carlo Calenda, Riccardo Magi ed Enzo Maraio hanno espresso un giudizio sostanzialmente positivo sulla riforma, ma nello stesso tempo hanno condannato gli attacchi del governo nei confronti della magistratura e sollevato alcuni dubbi su alcuni aspetti, come quelli della modalità del sorteggio.
Voteranno No al referendum i maggiori partiti del cosiddetto campo largo del centrosinistra: Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra.
Va però evidenziato come nel PD siano presenti anche posizioni diverse rispetto alla linea generale indicata dalla segretaria Elly Schlein, fortemente e nettamente contraria alla riforma.
Infatti, alcuni esponenti anche importanti del Partito Democratico hanno espresso pubblicamente le loro idee diverse sulla proposta di riforma costituzionale, soprattutto l’area riformista del PD con Pina Picierno.
La vicepresidente del Parlamento europeo non ha nascosto il fatto che voterà a favore ed è diventata la testimonial più importante del gruppo che si è definito “Sinistra per il Sì”.
Negli ultimi giorni anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha deciso di scendere in campo a difesa della riforma, elaborando un lungo video nel tentativo di convincere la parte di elettorato moderata indecisa o astensionista.
Questa strategia della Meloni sarebbe stata dettata dagli ultimi sondaggi disponibili, che danno il No in vantaggio dopo la rimonta delle settimane precedenti, ma la premier è molto attenta a raccogliere voti senza trasformare il referendum in un voto politico e, anche in caso di sconfitta, non si dimetterebbe dalla presidenza del Consiglio dei ministri.


