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 Nonostante la decisione di Macron di fare alcune concessioni e, più nello specifico, come annunciato in un discorso al popolo francese il 10 dicembre, stipendio minimo e straordinari de-tassati, tassazione dei grandi manager, annullamento del contributo sociale generalizzato per i pensionati sotto i 2000 euro, e il paventato rischio di altri attacchi terroristici dopo quello di Strasburgo, i gilet gialli sono scesi nuovamente in piazza per il quinto sabato consecutivo. Il cosiddetto V atto di una protesta per la quale si è costruita una narrazione secondo cui ogni giornata di mobilitazione ha un nome e, il cui finale, nella speranza del movimento, dovrebbe concludersi con le dimissioni di Macron.

I gilet gialli

La protesta, nata in maniera spontanea sul web, grazie anche a Facebook e al suo nuovo algoritmo che premia i post dei gruppi, raggruppa un universo variegato ed eterogeneo: gruppi estremisti politici, studenti, anarchici, movimenti vari, disoccupati e moltissime donne. All’origine delle proteste c’è una donna bretone, Jacline Mouraud, la quale in un video di 5 minuti diventato immediatamente virale si scagliava contro il presidente Macron.

Il nome deriva dal fatto che i protestanti durante le giornate di mobilitazione indossano i giubbotti retro-riflettori che per la legge francese (cosi come per quella italiana), vanno messi per chi scende dal proprio veicolo lungo strade e autostrade.

Iconografia del movimento è quella tradizionale della Rivoluzione francese, con appelli all’insurrezione e le immagini della ghigliottina (non ultimo la protesta delle Marianne a seno nudo di ieri).

Tra le richieste del movimento, all’apparenza spontaneo e dettato dalla rabbia sociale, ci sono: fine dell’aumento sulle tasse per il carburante; pensioni non inferiori a 1200 euro, protezione dell’industria francese, fine della politica di austerità, lavoro per i disoccupati e aumento dei fondi per i disabili.

Le origini della rabbia contro le tasse

La varietà degli slogan lanciati durante le manifestazioni che a partire dal 17 novembre hanno infiammato la Francia e altri Paesi vicini come il Belgio, ha come obiettivo preciso, quello che è il fondamento dello Stato sociale: le tasse.

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A partire dalla crisi del 2008, con l’aggravarsi della disoccupazione e della concorrenza internazionale, i vari governi hanno progressivamente rinunciato a intervenire sulla ripartizione primaria dei redditi tra salari e profitti. E paradossalmente i membri delle classi popolari sono quelli che si sono dichiarati i più critici verso il livello dell’imposizione fiscale anche essendo quelli che ne beneficiano di più.

Diverse famiglie con redditi modesti, dopo anni di politiche destinate a favorire l’accesso alle proprietà, si sono viste di colpo innalzare le tasse sulla casa per compensare la riduzione dei trasferimenti erariali alle collettività locali.

Nelle piccole imprese poi, le imposte sono ormai viste come un elemento di minaccia diretta al posto di lavoro. La destabilizzazione di interi settori di salariati subalterni ha contribuito ad alimentare nelle classi popolari una diffidenza nei confronti delle imposte. Un sentimento di ingiustizia alimentato anche dal progressivo degrado dei servizi pubblici e dalle difficoltà nei trasporti.

Cornice a questo malcontento popolare è stata quella di un susseguirsi di scandali in cui gli uomini e le donne più ricche di Francia evadevano a vario titolo il fisco (caso Bettecourt, affaires Cahuzac, “Panama papers” ecc.).

È ancora presto per stabilire se il movimento avrà futuro, ma indiscutibilmente il suo primo merito è stato di aver acceso i riflettori sul senso di ingiustizia fiscale che cova presso le classi popolari francesi.

Foto principale di ObierOpera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento
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