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Una riscrittura efficace ed esilarante ad opera di Fabio Brescia di un classico del teatro di Scarpetta

E’ bastata la mimica facciale di Fabio Brescia nel ruolo di Luisella per suscitare le prime risate in un Teatro Troisi pieno in ogni ordine di posti per la prima di “Troppa miseria e poca nobiltà”; il basso in cui il regista ha voluto ambientare la commedia comincia a raccontare la storia di queste due famiglie indigenti, mentre i personaggi sfilano sul palco e palesano quale notevole -e pregevole-  lavoro linguistico sia stato fatto attraverso questa riscrittura.

Mattatore sulla scena, coadiuvato da un ottimo antagonista (Stefano Ariota nel ruolo di Concetta), Brescia attinge ad un repertorio lessicale a molti sconosciuto senza mai mancare di rispetto al testo originale ma sicuramente rivivendolo e reinterpretandolo; così Pasquale (Salvatore Catanese) e Felice (Carmine De Luca) non si recheranno dallo charcutier ma in uno dei tanti “Compro oro” per impegnare un orecchino. Allo stesso modo, si reinventa la scena del cuoco mandato da Luigino (Mariano Grillo) affinchè Pupella (Nicola Vorelli) non patisca i morsi della fame, con una trovata che va vista, più che raccontata.

Tempi comici quasi perfetti, al punto che le risate del pubblico spesso si mescolano a quelle degli attori in scena, soprattutto nel secondo tempo in cui si svolge la recita architettata dall’ottimo Gregorio Del Prete (nel ruolo di Eugenio) che deve presentare la sua nobile famiglia ad Angelarosa Semmolone (un Ciro Sannino perfettamente calato nel ruolo), orgogliosa mamma di Gemma (Giorgio Sorrentino), ballerina di burlesque con un’acconciatura che ricorda molto Amy Winehouse. Passaggio obbligato quello di “Vicienzo m’è pate a mme” affidato al simpaticissimo Mattia Grillo, figlio di quella Bettina (Giosiano Felago) che, come una miccia, innescherà la fine del rapporto tra suo marito e l’amante.

In mezzo a tanta leggerezza, alle risate, alle espressioni ai limiti dell’idiomatico, Fabio Brescia si concede il lusso di trasformare Luisella in una donna carnale passionale femmina, assolutamente lontana dall’immagine tendenzialmente caricaturale che, nell’immaginario del pubblico, ha il volto di Dolores Palumbo. La sua uscita di scena, la fine del rapporto con Felice, la lucidità di capire che lo ha perso per sempre vanno ben oltre le minacce paventate per ottenere la restituzione degli oggetti dati in pegno e restituiscono al pubblico il talento attoriale che Brescia ha già dimostrato nell’impegnativa prova di “Letti disfatti”.

Gli applausi del pubblico sono andati anche a Rosario Ippolito (Gioacchino/Biase), Armando Iodice (Vincenzo) e Rino Grillo (Ottavio), impeccabili nei rispettivi ruoli.

 

 

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