Grillo delimita il suo campo


Il fondatore Beppe Grillo torna a parlare del MoVimento 5 Stelle, in riferimento alla scomparsa della sua identità e, soprattutto, di quella “diversità” che, nei tempi iniziali, aveva reso singolare la sua formazione politica.

Grillo scrive nel suo blog che il MoVimento 5 Stelle era nato per cambiare la politica, ma poi è successo che la politica ha cambiato il MoVimento. Il suo movimento aveva l’obbligo di ascoltare i cittadini, mentre adesso, proprio come Forza Italia e gli altri partiti, si è messo ad ascoltare i sondaggi.

Grillo scrive che il compito del movimento fondato da lui e Gianroberto Casaleggio era quello di occuparsi del futuro, mentre da alcuni anni ha finito per occuparsi delle poltrone. Il titolo del post sul suo blog è il seguente: “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”.

Grillo ricorda che il movimento era nato da un sentimento popolare, il quale continua a esistere, ma da tempo ormai chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo, perché la nascita del Movimento era scaturita dalla delusione verso un modello occidentale fondato sulla democrazia e sui diritti, ma sempre più dominato dal capitalismo.

Per Grillo, rispetto agli anni iniziali del movimento, nei tempi attuali le domande sono rimaste, mentre le risposte sono scomparse. Ricorda che, ai suoi tempi, si era provato a darne alcune, come quelle di distribuire il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle decisioni e programmare il futuro.

Attualmente, invece, l’unico pensiero del movimento sarebbe quello di amministrare la prossima elezione.

Grillo ricorda le sue vecchie proposte sul reddito di cittadinanza, sul limite dei due mandati e anche sulla democrazia diretta e sulla transizione ecologica. Queste proposte importanti, con il tempo, sono diventate meri slogan che gli esponenti del movimento si sentono in obbligo di pronunciare all’inizio dei loro convegni, per poi dimenticarsene dopo il buffet.

La crisi occidentale

Grillo compie un’analisi della “crisi del modello occidentale”, che definisce “profonda”, con i sintomi di “una malattia che la politica preferisce usare anziché curare”.

A titolo di esempio, il fondatore del movimento cita “il disagio legato all’immigrazione, quando i flussi vengono lasciati senza governo e senza integrazione”.

Per Grillo, se si pensa che il modello occidentale debba essere difeso, bisogna renderlo credibile e, per farlo, bisogna necessariamente tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni nelle braccia dei modelli autoritari.

A giudizio di Grillo, quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto. A volte ci può essere un governo di chi indossa una divisa oppure di quelli che controllano un algoritmo con l’intelligenza artificiale.

Per Grillo, il programma del movimento dovrebbe partire dall’ascolto dei cittadini, le cui domande riguardano prevalentemente la sicurezza e la salute, l’equità, la partecipazione e l’identità.

Per il fondatore del movimento, bisogna rivolgere una particolare attenzione all’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle vite, partendo dal lavoro, passando per la sanità e arrivando fino alla sicurezza dei dati personali.

Grillo scrive, in modo polemico, le seguenti parole: “Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio”.

Rete e partecipazione

Nel suo post c’è anche un passaggio che lega la “rete” alla democrazia, quando Grillo afferma che la prima permette a milioni di persone di comunicare e votare in pochi secondi, mentre nei tempi attuali si continua a delegare quasi ogni decisione a rappresentanti che rispondono solo ai partiti e alle correnti, per garantirsi soprattutto la propria sopravvivenza politica.

Per Grillo, invece, la tecnologia potrebbe permettere una partecipazione continua dei cittadini e un controllo sulle decisioni, utile non per eliminare la rappresentanza, ma per limitarne il potere e impedire che la delega diventi una cambiale in bianco per l’intero mandato di cinque anni.

Il post si conclude con la riflessione che il MoVimento era nato per affrontare tutte queste domande, ma poi ha cominciato a occuparsi solo di se stesso.

La frase conclusiva è la seguente: “Ma le domande non sono scomparse, sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere”.

La risposta di Conte

Il post di Beppe Grillo ha chiaramente provocato diverse reazioni, a cominciare dalla risposta del presidente del MoVimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che, su sollecitazione dei giornalisti, ha dichiarato: “Abbiamo perso identità? Con tutte le nostre battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Lui aveva detto che Draghi è un grillino, fate un po’ voi”.

A favore di Grillo si schiera, invece, uno dei volti storici del primo movimento, l’ex ministro Danilo Toninelli, che invita Conte e l’attuale gruppo dirigente a portare avanti il loro progetto politico, legittimo ma completamente diverso da quello degli albori, con un altro nome e un altro simbolo.

Da questo si capisce come la vertenza legale sul simbolo del partito, con Grillo che rivendica per sé la paternità del nome e del logo “Movimento 5 Stelle”, sia ancora il dato politico più rilevante.

La prima udienza sul caso è stata rinviata da luglio a gennaio 2027 e, secondo molti opinionisti, il tempismo dell’uscita di Grillo è proprio legato alla questione legale.

L’intervento di Di Maio

Anche l’ex ministro pentastellato degli Esteri Luigi Di Maio interviene sulla vicenda, al termine della sua audizione in Commissione Esteri, confermando come le dichiarazioni di Grillo siano legate alla questione della sentenza che deve arrivare sull’appartenenza del simbolo.

L’ex vicepremier grillino, sul merito delle critiche dell’ex Garante, sceglie invece la strada del silenzio, evitando ancora una volta di polemizzare con Conte, soprattutto sulla vicenda del governo Draghi.

I rapporti con Di Battista

Per quanto riguarda, invece, i rapporti tra Beppe Grillo e Alessandro Di Battista, questi restano compromessi dalla frattura politica consumata proprio durante il governo tecnico di Mario Draghi, ma i due esponenti restano legati, se non proprio da un’amicizia, da un fondo di riconoscenza personale.

Infatti, Di Battista, pur definendo Grillo un “padre padrone” politico, ha sempre continuato a considerarlo una persona cara e a riconoscerne il valore storico e il disinteresse economico nella fondazione del Movimento 5 Stelle.

L’analisi di Pizzarotti

Interviene anche l’ex sindaco di Parma Federico Pizzarotti, che nel 2016 fu sospeso dal Movimento 5 Stelle per non aver girato in tempo un avviso di garanzia al direttorio nazionale pentastellato.

Secondo Pizzarotti, Beppe Grillo ha ragione quando dice che la politica ha cambiato il movimento invece del contrario, ma il problema è che lo racconta come un evento imprevisto, una deriva capitata per stanchezza o per il tempo che passa.

Secondo l’ex sindaco di Parma, invece, il movimento non ha mai avuto una selezione della classe dirigente, non essendoci mai stato un filtro, una gerarchia di competenza o un processo democratico che premiasse chi sapeva ragionare con la propria testa, piuttosto che ripetere meccanicamente la linea imposta.

Quello presente nel movimento degli albori, secondo Pizzarotti, era un vero e proprio meccanismo di potere e anche Luigi Di Maio lo ha ammesso in una recente intervista al Corriere.

Infatti, Di Maio, dall’opposizione, prometteva cose che oggi sarebbe molto difficile ripetere, perché solo il governo costringe a fare i conti con la realtà.

Per Pizzarotti, le proposte di Grillo erano solamente slogan pensati per vincere una gara a chi la sparava più grossa. Una classe dirigente più strutturata e seria non le avrebbe mai potute fare proprie con lo stesso entusiasmo di Grillo, il cui sistema di potere premiava l’obbedienza comunicativa e non certamente la competenza.

L’ex sindaco termina il post sui suoi social anche con una frecciata a Conte, perché dice che oggi, più che rivendicare le battaglie del Movimento contro tutti, dovrebbe ricordare che è stata la formazione politica pentastellata a scegliere sempre, fin dal primo giorno, chi doveva restarci.

Per Pizzarotti, chi restava nel movimento vi rimaneva unicamente perché aveva smesso di pensare con la propria testa, al contrario di quelli che, come lui, sono stati costretti ad abbandonarlo.

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